Premessa

Ricordiamo nel clima di trionfo due passaggi che hanno portato al risultato:

COP15: Copenhagen 2009. Quella Conferenza aveva prodotto l’Accordo di Copenaghen raggiunto al di fuori delle negoziazioni UNFCCC, ovvero "privatamente" fra cinque paesi (Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Sudafrica) con l’appoggio di Europa e Giappone: il consesso planetario ha semplicemente «preso atto» dell'intesa.

Esso introduceva per la prima volta formalmente la necessità di evitare il superamento dell’aumento di 2 gradi delle temperature del pianeta. Pur se era sparita completamente la quantificazione degli obiettivi di riduzione delle emissioni-serra, è la prima volta che questo elemento veniva inserito fra gli obiettivi delle politiche climatiche internazionali.

 

COP20: Lima 2014. Il documento uscito l’anno scorso si chiamava ‘Appello di Lima per l’azione climatica’. Elemento centrale dell’accordo è stato innanzitutto la predisposizione della prima bozza di lavoro del possibile accordo di Parigi. Un documento di 37 pagine allegato alla decisione di Lima.

 

Esso esprime innanzitutto lo sforzo di adeguare questo processo ai mutamenti della distribuzione della capacità produttiva e di consumo dei popoli sul pianeta e di portare i Governi ad assumere impegni verificabili, superando la netta differenziazione tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo. Adesso entrano in gioco in modo più fluido concetti come la responsabilità storica sulle emissioni, la capacità di intervento e le specifiche circostanze nazionali. 

 

Nel merito dell’accordo, era stato eliminato il sistema precedentemente previsto per il 2015 di valutazione degli impegni di riduzione delle emissioni presi su base volontaria a favore di un approccio bilanciato degli aspetti di mitigazione delle emissioni con quelli di adattamento.

Questa COP ha infatti rafforzato i Piani nazionali di adattamento (NAP), cioè i programmi che i Paesi devono presentare il prossimo anno con i relativi meccanismi di finanziamento.

 

Inoltre:

Effetto serra. Secondo il bollettino dell'Organizzazione metereologica mondiale (Omm), tra il 1990 e il 2014 c'è stato un aumento del 36% dell'effetto del riscaldamento sul nostro clima a causa di gas serra longevi come l'anidride carbonica (CO2), il metano (CH4) e il protossido di azoto (N20) prodotti da attività industriali, agricole e domestiche.Le concentrazioni atmosferiche di CO2 hanno raggiunto 397,7 parti per milione (ppm) nel 2014, precisa il Bollettino dell'Omm. Nella primavera del 2014, quando il CO2 risulta più abbondante, le concentrazioni nell'emisfero settentrionale hanno varcato la soglia simbolicamente significativa di 400 ppm e nella primavera 2015, la concentrazione media globale di CO2 ha superato il livello di 400 ppm.

 

Agricoltura. Le emissioni di gas serra prodotte da agricoltura, silvicoltura e pesca sono quasi raddoppiate nel corso degli ultimi 50 anni e potrebbero aumentare di un ulteriore 30% entro il 2050. La FAO, nel suo Rapporto del 2013 "Tackling climate change through livestock", ha stimato che l'allevamento è responsabile di circa il 14.5% delle emissioni di gas serra dell'intero pianeta. Questo settore influisce sul cambiamento climatico addirittura più dell'intero settore dei trasporti.

 

Disastri ambientali estremi.

In questi disastri hanno perso la vita 606.000 vite umane e oltre 4.1 milioni di persone sono rimaste ferite o hanno perso la casa.

Dal 2008 al 2014, oltre 157 milioni di persone sono state costrette a spostarsi per eventi meteorologici estremi. Tra le cause che costringono famiglie e comunità ad abbandonare le proprie abitazioni ci sono soprattutto tempeste e alluvioni. Tra il 2008 e il 2014, secondo IDMC (Internal Displacement Monitoring Centre), queste hanno rappresentato l’85% della cause, seguite dai terremoti. Sempre l’IDMC ha calcolato che oggi le persone hanno il 60% per cento in più di probabilità di dover abbandonare la propria casa di quanto non ne avessero nel 1975. I dati sono contenuti nel rapporto “Migrazioni e cambiamento climatico” a cura di CeSPI, FOCSIV e WWF Italia rilasciato alla vigilia della COP di Parigi.

 

 

 

 

Nel merito

12 dicembre 2015 ore 19.30.  Veniva annunciato che il testo dell’Accordo di Parigi era stato approvato.

L’intesa entrerà in vigore nel 2020 e dovrà essere sottoscritta tra aprile 2016 e aprile 2017.

 

  1. L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Changes) è stato preso sul serio è il tetto di emissioni da rispettare deve essere inferiore ai due gradi centigradi entro il 2020. Ovvero la temperatura globale può crescere ancora solo di  poco più di mezzo grado. Secondo gli scienziati, infatti, la temperatura al suolo del pianeta Terra è già aumentata di oltre 0,7 (0,86 secondo altri) gradi negli ultimi cento anni.

 

  1. Il “nocciolo” dell’accordo è basato su una serie di prospetti (INDC - “Intended Nationally Determined Contributions,”, “Intenzione di contribuire determinata a livello nazionale”) inviati dai singoli stati dove erano indicate le loro intenzioni per ridurre le emissioni di gas serra a livello nazionale.

In questo senso l’accordo di Parigi è da considerare vincolante. I piani nazionali per il taglio di gas serra saranno sottoposti a revisione ogni 5 anni. Manca un organismo che controlli e certifichi i risultati dei diversi Paesi. Dunque al momento non è misurabile.

 

  1. nell’accordo sono previste flessibilità ma l’Accordo verrà integrato per realizzare il principio di equità basata sulla responsabilità comune ma differenziata tenendo conto di come i vari Paesi si sviluppano in modo da rispettare gli impegni comuni.

 

  1. La gestione delle emissioni di CO2 avverrà attraverso strumenti finanziari. La grande finanza vuole che venga fissato a livello globale il prezzo da pagare per emettere gas serra, preferibilmente attraverso il "cap and trade": si stabilisce un tetto massimo di emissioni così da favorire la compravendita dei diritti di emissione al di sotto di questo tetto. Questo meccanismo è già presente in Europa con il sistema ETS e verrebbe adottato anche alla Cina. Manca un riferimento al prezzo mondiali della CO2

 

L’Italia è realmente impegnata a ridurre le emissioni?

E’ sufficiente osservare per esempio lo stato delle politiche della mobilità, i tassi di cementificazione dei suoli e le leggi in materia di efficienza energetica degli immobili nonchè la gestione dei cosiddetti ‘rifiuti’.

 

A ciò si aggiunge l’indirizzo delle politiche energetiche.

L'Italia spende 3,5 miliardi di euro per sussidi alle fonti fossili, mentre impiega solo 84 milioni per il fondo verde per il clima.

 

L’Italia ogni anno consuma circa 70 mld mc di metano. Notizia del 10 novembre scorso: l'amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi è impegnato nella definizione di un accordo a quattro con Egitto, Cipro e Israele che porti in Italia, e da qui nel resto d'Europa, l'enorme quantitativo di gas scoperto a Zohr in Egitto. Ricordiamo che il gas metano causa un effetto serra maggiore della CO2 ma una vita media inferiore.

 

Dai dati dei primi 6 mesi del 2015 si evince che la produzione di energie rinnovabili in Italia rappresenta il 43,3% dell’elettricità totale generata nel Paese.

Rispetto al primo semestre del 2014, si evidenzia un leggero calo della generazione di elettricità pulita, dovuto a una riduzione della produzione idroelettrica di circa 7 TWh.

Complessivamente, dall’inizio dell’anno alla fine di giugno, in Italia lo sfruttamento delle fonti rinnovabili ha permesso una produzione di 56,8 TWh.

 

Non c’è garanzia del raggiungimento degli obiettivi definiti a Parigi.

Siamo nelle nostre mani.

Quanti hanno camminato in Europa e nel mondo in questi mesi faranno un proprio bilancio di questi risultati.

 

La giustizia climatica sembra entrata nelle agende. Occorre vigilare ed operare, ciascuno/a con coerenza con questo obiettivo.

Un modello di sviluppo per 7 miliardi di persone non può essere principalmente proprietario ma basato sull’accesso di beni condivisi. I beni prodotti non possono più permettersi di diventare ‘rifiuti’ né di coprire le distanze attuali tra produzione e consumo. Questi alcuni possibili criteri per il ‘piano industriale del mondo’ di cui parla il Ministro dell’ambiente Galletti.

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