Roma (NEV), 27 novembre 2013 - "L'esito negativo era chiaro ormai da giorni". E' amareggiata Antonella Visintin, coordinatrice della Commissione Globalizzazione e Ambiente (GLAM) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), degli scarsi risultati dell'ultima Conferenza delle parti (COP19) della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici, conclusasi a Varsavia (Polonia) il 23 novembre. "A questo punto tutto è rimandato all’appuntamento di Parigi 2015, quando si dovrà sottoscrivere il nuovo Protocollo internazionale sulla riduzione dei gas-serra, in sostituzione di quello di Kyoto", dice Visentin per la quale la COP19 ha rappresentato ancora una volta il braccio di ferro tra Cina e India da una parte, Unione Europea e USA dall’altra. Al centro del contendere gli impegni per ridurre i gas climalteranti in forma più o meno omogenea per tutti i paesi. "I governi dei paesi industrializzati però non hanno voluto prendere impegni economici - spiega Visintin -, e il rischio è che, mentre gli effetti dal cambiamento climatico diventano sempre più evidenti, l’impasse del negoziato fra potenze emergenti e vecchie potenze industriali finisca per penalizzare tutti". Il programma dell'ONU sul cambiamento climatico “è ostaggio della globalizzazione liberista e vittima della declinazione di responsabilità da parte di soggetti quali gli Stati che dal secondo dopoguerra si erano dati tra i propri compiti la tutela degli 'interessi generali'", si legge nella presa di posizione post-Cop19 della GLAM, che così prosegue: "All'Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) svoltosi a Busan (Corea del Sud) è stato approvato un testo che chiede soprattutto di mantenere ferma l'attenzione sul cambiamento climatico in particolare rispetto ai paesi cosiddetti vulnerabili di Asia e Pacifico, come un impegno per la giustizia climatica e ambientale. E poi di alzare il livello delle ambizioni alla COP19. Attraverso la rete di eco-comunità le chiese in Italia si impegnano a favore di soluzioni energetiche e di un uso delle risorse che rispecchino la responsabilità verso tutta la creazione di cui l'umanità fa parte"

 

Arrivederci a Parigi. Com’era da attendersi la Cop 19 di Varsavia sul clima, iniziata lo scorso 11 novembre, si è chiusa con l’ennesimo rinvio. Stavolta alla Conferenza sul clima che si terrà nella capitale francese nel dicembre del 2015 (dopo quella di Lima del 2014, che avrà ancora una volta carattere interlocutorio), quando si dovrà sottoscrivere il nuovo protocollo internazionale sulla riduzione dei gas-serra, in sostituzione di quello di Kyoto. Intanto però il flop in Polonia si è consumato nel disinteresse pressoché generale dei media. Nonostante il richiamo (anche questo, l’ennesimo) del segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, alla vigilia del summit: «I cambiamenti climatici minacciano le generazioni attuali e future - ricorda Ban Ki Moon - ovunque nel mondo, le popolazioni fanno ormai fronte alle conseguenze dei cambiamenti climatici. La scienza è chiara, le attività umane sono la principale causa del cambiamento climatico. Non possiamo incolpare la natura. In effetti, le emissioni di gas serra continuano ad aumentare con ripercussioni gravi, pericolose e conosciute da tutti. Quest’anno sono stato in Islanda, dove i ghiacciai si sciolgono ad una velocità fulminea. Se non prendiamo delle misure urgenti immediatamente, presto l’Islanda non avrà più ghiacciai».
L’esito negativo era chiaro ormai da giorni. Il 21 infatti le ong avevano abbandonato la Cop 19 emettendo un comunicato in cui spiegavano che «La Conferenza di Varsavia ha messo al centro gli interessi delle industrie energetiche sporche invece che gli interessi dei cittadini - con un “Coal & Climate Summit” che si è tenuto in concomitanza, con sponsorizzazioni da parte di grandi inquinatori affisse ovunque e una presidenza (della Polonia), che si basa sul carbone e sull’industria del fracking». E poi, in maniera lapidaria: «A Varsavia non si è visto alcuna intenzione di aumentare la riduzione delle emissioni, né un maggiore sostegno per l’adattamento prima del 2020».
In diretta da Varsavia l’Italian Climate Network, una rete di movimenti giovanili che si occupano di clima in tutto il mondo, ha ospitato Maria Grazia Midulla (Responsabile Clima ed Energia WWF Italia) e Alberto Zoratti (Presidente di Fairwatch), a spiegare i motivi della protesta. «Più che discutere di “emission gap”, vale a dire la differenza tra ciò che emettiamo e ciò che dovremmo emettere, ci troviamo di fronte ad un’ambition gap – ha spiegato Zoratti – Ossia la discrepanza è con la volontà di ottenere o meno risultati. Si sottolinea la necessità di non relegare la discussione sul cambiamento climatico solo all’interno delle conferenze dedicate, ma di considerare le implicazioni economiche e commerciali connesse: parlare di system change piuttosto che di climate change, cambiando quindi paradigma». E ancora: «A Bali in Indonesia si sta per tenere la nona ministeriale dell’organizzazione mondiale del commercio (3-6- Dicembre). Si discuterà dello sblocco del pacchetto di Doha. Ciò vuol dire liberalizzazioni commerciali, brevetti, proprietà intellettuale; trattati di libero scambio della Commissione Europea con Maghreb, Colombia, Perù, Usa».
Il tema della Cop 19 del resto è stato quello degli ultimi appuntamenti internazionali al riguardo, vale a dire il braccio di ferro tra Cina e India da una parte, Ue e Usa dall’altra. Al centro del contendere gli impegni per ridurre i gas climalteranti in forma più o meno omogenea per tutti i paesi. Alla fine un accordo (per modo di dire) è stato raggiunto, con i negoziatori in extremis che hanno semplicemente rimandato a Parigi il traguardo dei futuri negoziati, varando inoltre un fondo (il Meccanismo di Varsavia) che prevede un sostegno per i paesi poveri colpiti dal cambiamento climatico. I governi dei paesi industrializzati però, manco a dirlo, non hanno voluto prendere impegni economici. E il rischio è che, mentre gli effetti dal cambiamento climatico diventano sempre più evidenti, l’empasse del negoziato fra potenze emergenti e vecchie potenze industriali finisca per penalizzare tutti.

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