COP18-CMP8
Doha, 26 novembre-8 dicembre

Nessun Paese si impegna più rispetto al taglio di emissioni di CO2, nè è disposto a sottostare a regole che siano eque, ambizione e legalmente vincolanti.
Si registra il ‘deficit di ambizione’ tra la percentuale attuale di riduzione di gas serra pari a 11-16% rispetto a quella necessaria entro il 2020 pari al 25-40% sui livelli di emissione del 1990. Il 15% delle emissioni è costituito da UE, Svizzera, Australia e Norvegia; l’85% viene principalmente dagli USA (17 ton pro capite anno di CO2) e Cina (7 ton pro capite anno, come l’UE). Per un aumento della temperatura media globale sotto i 2°C la concentrazione di CO2 nell’atmosfera ddeve essere sotto le 450 parti per milione.

La 18^ COP (conferenza dei paesi che nel 1992 hanno firmato la Convenzione dell’ONU sul cambiamento del clima) sottolinea cioè un passaggio ormai acquisito dentro il percorso dell'UNFCCC, e cioè la trasformazione di tutto il sistema da una cornice legale vincolante ad una più legata ad impegni presi unilateralmente e poi verificati, volta per volta, con la comunità internazionale. Si chiama ‘pledge and review’: impegni volontari da verificare collettivamente.

All’ordine del giorno non la giustizia climatica ma la linea della mitigazione e dell’adattamento … alle conseguenze sul clima della inarrestabile distruzione del pianeta.

Una specie apparsa solo qualche migliaio di anni fa quarda alla Terra come se fosse dissociata dal suo destino.

Compito di questa Conferenza era di concludere il Piano d’Azione delineato a Bali 2007 e consegnare i risultati al gruppo di lavoro designato l’anno scorso a Durban COP 17 che dovrà trattare un accordo vincolante per tutti entro il 2015 che entri in vigore nel 2020.

Il Presidente qatariota della COP, già dirigente di Qatar Petroleum, è riuscito a non far fallire il negoziato, che viene però svuotato di significato. Dal 1 gennaio 2013 inizierà il Kyoto 2, con il Doha climate gateway. Si riconosce il risarcimento per danni causati dai cambiamenti climatici ed i paesi industrializzati si impegnano a stanziare per il Fondo verde almeno una somma pari alla media degli aiuti climatici di questi 3 anni.

Il secondo periodo di impegni sarà, per ora, in continuità legale con il primo ma ancora da riempire di impegni e numeri vincolanti.
La data cardine per proporre impegni si sposta al 30 aprile del 2014, esattamente 7 mesi prima del capodanno 2015, anno in cui l'IPCC aveva chiesto il picco delle emissioni di CO2, per poi decrescere.

Metafora e paradigma dell’indirizzo preso nelle politiche per il clima è il Paese che ha ospitato questa COP: il Qatar. L'ex diplomatico argentino Raul Estrada, uno dei padri del protocollo di Kyoto era infatti contrario: ‘il Qatar ha sistemativamente evitato di prendere impegni volti a diminuire l'uso di combustibili fossili».
Il Qatar è il 19esimo più grande produttore di petrolio grezzo e il quarto esportatore mondiale di gas naturale. Statistiche economiche alla mano è il più ricco paese del pianeta, con i suoi 250mila cittadini che si godono un reddito pro-capite sui 400mila dollari l'anno generato da un milione e mezzo di lavoratori stranieri. Un paese con queste caratteristiche, impegnato ad accumulare ricchezze enormi, grazie al petrolio e al gas, da investire in strategie diplomatiche talvolta oscure, ha sempre prestato poca attenzione alle sue emissioni di anidride carbonica.

Se è vero come è vero che il mondo non può aspettare, allora lo sdegno o la delusione rispetto alle decisioni dei governi deve incontrare una opinione pubblica e delle pratiche alternative che escano dalla nicchia della testimonianza per contrastare le strutture di morte che stritolano la vita sulla Terra.
Document date: 7.12.2012
"The world cannot wait - climate change is happening!"

Statement from the World Council of Churches
To the High-Level Ministerial Segment of the
18th Session of the Conference of the Parties – COP18 to the UNFCCC
8th Session of the Meeting of the Parties – CMP8 to the Kyoto Protocol
Doha – Qatar
Friday, 7 December 2012

Mr President, His Excellency Abdullah Bin Hamad Al-Attiyah
Distinguished Participants,
Dear Brothers and Sisters,

“By the sweat of your face you shall eat bread until you return to the ground, for out of it you were taken; you are dust, and to dust you shall return.”
Genesis 3:19
As in previous statements, we reiterate that a change in paradigm appears as mandatory in the prevailing economic strategy of promoting endless growth and a seemingly insatiable level of consumption among the high-consuming sectors of our societies. Such economic and consumption patterns are leading to the depletion of critical natural resources and to extremely dangerous implications with climate change and development. We are living on a finite world with finite resources and within given planetary boundaries making obviously that infinite growth in consumption of energy and resources is impossible in a finite system.
As people of faith concerned for our sisters and brothers, we come to Doha extremely worried about food security as the severe shortages in crops face us with the prospect of horrific humanitarian crises that should be avoided. The present situation at world food markets, exemplified by sharp increases in wheat, soybean and corn prices compels leaders to act urgently to be sure that these outstanding high prices do not drive into an appalling scenario, harming tens of millions.
The above described situation that release in many variables as how we produce trade and consume food as well as millions of human beings to be fed every year, is worsened by the fact that only a handful of nations are large producers of staple food commodities. This year we realized how a disastrous drought in the USA, the worst in half a century, as well as in Russia, Ukraine and Kazakhstan, sent grain prices skyrocketing. With the menace of human-induced 2 climate change incrementing extreme weather events, increasing water scarcity and negatively impacting agro-meteorological conditions in the tropics and subtropics, the world is at high risk of see this state of affairs to devastate societies.
Time has arrived to promote more sustainable and climate resilient food production to urgently make more food available to sustain the human family especially in the most vulnerable societies, ill prepared to deal with food scarcity. Moreover, diversion of food stock for non-food purposes and financial speculation are unethical and immoral.
Our stance is not to formulate policies, a task of the Parties, but to demand urgent and achievable policies bringing to the Parties our concern about essential values and principles as well as the distress and voice of the actors that are not normally heard.
We need to call your attention that the Framework Convention focalized in ethical principles as The Principle of Intergenerational Equity that declares "the Parties should protect the climate system for the benefit of present and future generations of humankind." Let be remembered by our children and our children's children as the decision makers that responsibly addressed climate change, one of the major challenges humanity have ever faced, and avoided a major calamity for the Earth and humanity. Let be reminded, that our generation is probably the very last generation having it in our hands to still limit global warming to less than 2ºC while future generations won’t have this freedom of choice but will have to adapt to climate patterns we have left to them.
Parties’ negotiators have not yet translated declarations on tackling climate change to a fair, ambitious and legally binding regime to all parties. From our perspective it is most crucial to achieve that outcome by 2015 at the latest. As pre-requisites, we consider (i) the ratification of the 2nd Commitment Period of the Kyoto Protocol by as many Parties as possible in Doha, (ii) complementary mitigation pledges of the non-signees of the 2nd CP under the Convention, (iii) the successful closure of the LCA track including the carry-over of important negotiation issues like adaptation, climate finance and loss and damage to the new ADP negotiation mandate, (iv) continuation and scaling up of climate finance for developing countries, and (v) the agreement on an ambitious negotiation mandate with roadmap, milestones and a chairmanship being empowered to give the guidance needed. We pray that you will demonstrate leadership in responding to the cry of the Earth.
The World Council of Churches believes that the whole Earth community deserves to benefit from the bounties of creation. Faith communities are addressing climate change because it is a spiritual and ethical issue of justice, equity, solidarity, sufficiency and sustainability.
Climate change is happening! It is imperative to act now without more delays in view of the serious and potentially irreversible impacts of climate change.

IL PAESE è il 19esimo più grande produttore di petrolio grezzo e il quarto esportatore mondiale di gas naturale. Gli ambientalisti: «Doha non prende sul serio la questione dei cambiamenti climatici»
Il Qatar non è riuscito a fugare i dubbi sulla sua serietà nella battaglia per la difesa del clima. La conferenza sui cambiamenti climatici COP18, che si è aperta lunedì a Doha e che si concluderà il 7 dicembre, ha confermato le perplessità della vigilia sull'atteggiamento di un paese che questo vertice tanto importante sembra averlo organizzato più per usarlo come una vetrina della sua influenza, regionale e internazionale, che per dare un contributo concreto al contenimento delle emissioni di anidride carbonica e alla redazione di un nuovo trattato globale sul clima. Il protocollo di Kyoto infatti resta l'unico trattato legalmente vincolante che stabilisce obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra (Ges) nei paesi industrializzati, con la ragguardevole eccezione degli Stati Uniti che non lo hanno ratificato. Le intese di Kyoto però scadono il 31 dicembre e aver affidato una responsabilità tanto grande ad uno dei paesi che, in proporzione, inquinano di più al mondo è stata una decisione di difficile comprensione.
L'altro giorno ad Abdullah bin Hamad al-Attiya, l'ex ministro dell'energia del Qatar che ha provato a descrivere il presunto impegno del suo paese a protezione del clima - «La sostenibilità ambientale è un pilastro della politica del mio paese», ha detto senza generare fiducia nella platea di delegati - ha risposto Wael Hmaidan, il direttore dell'Ong «Climate Action Network». Il problema, ha detto l'ambientalista, «è che il Qatar non sta prendendo sul serio la questione dei cambiamenti climatici». Fin troppo diretto era stato in precedenza l'ex diplomatico argentino Raul Estrada, uno dei padri del protocollo di Kyoto. «Io non avrei scelto il Qatar», aveva dichiarato senza peli sulla lingua all'Afp. «In tutta la storia dei negoziati climatici - aveva aggiunto Estrada - il Qatar ha sistemativamente evitato di prendere impegni volti a diminuire l'uso di combustibili fossili». Le preoccupazioni sono comprensibili perchè un fallimento della COP18 avrebbe un impatto devastante dopo le promesse di un accordo globale sul clima fatte durante la conferenza di Durban, lo scorso anno. «Doha deve far progredire i lavori preparatori di un accordo globale giuridicamente vincolante entro il 2015», ha esortato Connie Hedegaard, commissario dell'Ue per il clima.
Il Qatar è il 19esimo più grande produttore di petrolio grezzo e il quarto esportatore mondiale di gas naturale. Statistiche economiche alla mano è il più ricco paese del pianeta, con i suoi 250mila cittadini che si godono un reddito pro-capite sui 400mila dollari l'anno. Un milione e mezzo di lavoratori stranieri invece sgobba nei suoi mastodontici progetti edilizi, a cominciare da quelli relativi ai Mondiali di Calcio del 2022, e all'interno di enormi centri commerciali. L'Economist ha definito il Qatar "Il pigmeo con il pugno di un gigante" a proposito della sua politica estera ad ampio raggio. Politica che da un lato lo ha visto e lo vede impegnato sui fronti di guerra della cosiddetta «primavera araba» (Libia e Siria) e dall'altro occupato nel comprare la politica estera di vari paesi della regione, dall'Egitto alla Striscia di Gaza, con la promessa di investimenti per decine di miliardi di dollari. Qualcuno chiama, con molta generosità, l'emiro a capo del paese, Sheikh Hamad bin Khalifa Al Thani, "l'Henry Kissinger arabo". Barack Obama più modestamente lo definisce, «un tipo piuttosto influente».
Un paese con queste caratteristiche, impegnato ad accumulare ricchezze enormi, grazie al petrolio e al gas, da investire in strategiche diplomatiche talvolta oscure, ha sempre prestato poco attenzione alle sue emissioni di anidride carbonica. Affidare a Doha una politica globale, un Kyoto II, a salvaguardia del clima è stato un atto a dir poco irrazionale, in considerazione anche della situazione in costante peggioramento. Si prevede che la temperatura crescerà di 4 gradi entro la fine del secolo con il conseguente innalzamento del livello del mare, inondazioni e disastri naturali. «Da sette anni (i paesi industrializzati) parlano e parlano e parlano ma questa volta è arrivato il momento di agire», ha avvertito Marlene Moses, rappresentante dell'Alleanza dei piccoli stati insulari (Aosis, 44 membri), particolarmente vulnerabili al cambiamento climatico, all'apertura della conferenza a Doha. «La fiducia tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo sarà il fattore decisivo per il successo dei negoziati'', ha detto da parte sua Mariagrazia Midulla, responsabile Clima e Energia del WWF Italia. «La mancanza di fiducia», ha aggiunto, «è uno dei principali nodi del momento. I paesi sviluppati si sono impegnati, anche a bassi livelli, ma alcuni non hanno adempiuto ai loro impegni». Di fronte a questi nodi quale ruolo possa svolgere il Qatar, impegnato nella conquista del mondo arabo-islamico, nessuno sa onestamente dirlo.

 

Press Release 12/31
11 December 2012

Churches and European Commission discuss the concept of a European Social Market Economy

In this time of deep and severe financial, economic and social crisis, in which unemployment and poverty are rising in Europe and austerity programmes aggravate the social consequences for many people, a Dialogue Seminar on European Social Market Economy will take place on Friday, 14 December at the European Commission in Brussels. It is co-organised by the Bureau of European Policy Advisors of the European Commission together with the Church & Society Commission of the Conference of European Churches (CSC/CEC) and the Secretariat of the Commission of the Bishops’ Conferences of the European Community (COMECE).

The Treaty of Lisbon defines “a highly competitive social market economy” (Art. 3.3 TEU) as a goal for the European Union. In its State of the Union 2012 Address, President Barroso highlighted the social market economy several times as the European model of economy and a key principle to overcome the crisis in Europe. The term “social market economy” refers to the German economic model developed after World War II but also to other concepts of welfare state in Europe. Churches feel very much related to this model because it is balancing economic and social challenges, giving policy a high and irreplaceable value as a regulatory institution. At this time of the crisis more than ever, a debate has to be launched to which extend this understanding of economy, policy and society can help to overcome the crisis in Europe.

The Dialogue Seminar will therefore have a view on developments in different European countries to assess the contribution of social market economy and welfare state in facing the crisis. Finally it will discuss the commitment of churches to youth unemployment as an example for the contribution and involvement of civil society and social actors.

Keynote speakers at the Dialogue Seminar are Landesbischof Prof. Dr. Heinrich Bedford-Strohm, Evangelical-Lutheran Church in Bavaria, invited by CSC, Bishop Gianni Ambrosio, Bishop of Piacenza-Bobbio, Italy, Vice-President of COMECE and Olivier Guersent, Head of Cabinet of Commissioner Michel Barnier, Internal Market and Services.

Dialogue Seminars have a longstanding tradition in the cooperation between the European Commission and the Churches in Europe. Since their beginning in the early 1990s, they have proved to be a significant discussion forum for matters of common concern. They represent an important element of the open, transparent and regular dialogue between the European Commission and the Churches in Europe.

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