Assise FCEI 2018. La storia di Yasmin
6 novembre 2018

Assise FCEI 2018. Mediterranean Hope: la sfida di restare fedeli a noi stessi

Intervista a Paolo Naso: “vigilare sui diritti umani, comunicare bene ciò che facciamo e tenere dritta la barra della vocazione al servizio nel nome di Cristo”


Roma (NEV), 6 novembre 2018 – Nell’ambito degli approfondimenti proposti dall’Agenzia stampa NEV per la prossima Assise della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), a Pomezia dal 16 al 18 novembre prossimi, abbiamo intervistato Paolo Naso, coordinatore di Mediterranean Hope – MH, programma rifugiati e migranti della FCEI.  MH è il più recente progetto sulle migrazioni ideato dalla FCEI. Nasce nei primi mesi del 2014, dopo la strage del 3 ottobre 2013 in cui morirono 368 migranti a poche miglia da Lampedusa.

 Come è cambiata la realtà del fenomeno migratorio dalla nascita di MH ad oggi?

Ci sono state trasformazioni molto importanti, e la FCEI ha voluto dotarsi di un nuovo programma di lavoro sulle migrazioni proprio perché ha intuito che siamo di fronte a processi fluidi, che si modificano costantemente e che richiedono una costante interpretazione della situazione geopolitica e quindi una grande agilità nel cambiare obiettivi e strategie.

In cinque anni è esplosa la contraddizione di politiche europee di chiusura delle frontiere sia per i migranti cosiddetti “economici” che per i richiedenti asilo i quali, a centinaia di migliaia, si sono ritrovati intrappolati in Turchia o in Libia che, nei fatti, sono diventate le frontiere dell’Europa. L’Italia si è pienamente allineata a questa politica affidando il ruolo di “polizia di frontiera mediterranea” a una Libia ancora divisa e incapace di garantire elementari standard umanitari.

La guerra ingaggiata dal Governo contro le ONG ha aggravato questo scenario e, a fronte di sbarchi sempre meno numerosi, ha innalzato eccezionalmente il rischio delle morti in mare.

Infine – ed è il cambiamento più grave – è cambiato il sentire diffuso degli italiani che in misura sempre maggiore si riconoscono in slogan facili come “Aiutiamoli a casa loro” o “Prima gli italiani”, ignorando che “casa loro” è bruciata sotto le bombe e la Costituzione italiana ci impone di garantire e promuovere il diritto d’asilo.

Ma in cinque anni sono accadute anche cose positive come i Corridoi umanitari, promossi e realizzati dalla FCEI insieme alla Comunità di Sant’Egidio e con il sostegno dell’8 per mille delle chiese metodiste e valdesi; o l’organizzazione di modelli di accoglienza “diffusa” come il famoso Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) che ora si vuole distruggere, o l’esperienza di Riace che ha fatto scuola in Europa. Vorrei citare anche Medical Hope, l’azione sanitaria che svolgiamo in Libano e quella che, grazie a un partenariato con Terres des Hommes, contiamo di avviare in Libia nei prossimi mesi rivolgendoci a bambini che hanno bisogno di terapie da realizzarsi all’estero, in Italia o in Tunisia.

Lei ha detto: “I Corridoi umanitari sono anche un modello di integrazione“. Può tracciare un bilancio di questo modello? Quali sono secondo lei luci, ombre, strumenti e requisiti per un’integrazione efficace?

Anche grazie all’esperienza dei Corridoi umanitari abbiamo capito che dovevamo puntare su un modello “diffuso”, che favorisse i piccoli insediamenti ed evitasse la concentrazione di migranti in “centri” che hanno un impatto negativo sulla popolazione circostante. Al tempo stesso abbiamo capito che la vera accoglienza deve essere “accompagnata”, vale a dire che servono reti di sostegno fraterno e amicale a persone che escono da traumi gravissimi – guerra, fuga, torture, tratta, soggiorno nei campi profughi, viaggi drammatici – e si stanno riappropriando della loro vita. Infine ci siamo resi conto del fatto che, sin dall’inizio di ogni progetto, l’accoglienza deve essere orientata all’autonomia e cioè all’autosufficienza dei beneficiari. Tutto questo richiede professionalità, empatia ma anche una vocazione all’incontro con l’altro che le chiese dovrebbero poter esprimere al meglio.

Il dialogo interreligioso e l’ecumenismo possono contribuire a un nuovo modo di concepire identità e accoglienza?

E’ stata una delle scoperte più importanti del percorso di questi anni: lavorare insieme, cattolici e protestanti, è meglio; l’azione è più fruttuosa e più evangelica. Nell’organizzazione dei Corridoi umanitari insieme a sorelle e fratelli cattolici abbiamo scoperto la gioia di un ecumenismo “della prassi”, di un fare insieme nel nome dell’Evangelo che ci unisce. Quanto al dialogo interreligioso, nel lavoro con i profughi e i beneficiari dei Corridoi umanitari abbiamo scoperto una nuova dimensione, informale e “quotidiana”, che ci ha confermato che il dialogo non è tra le religioni ma tra le persone.

Quali sono le sfide e i prossimi obiettivi di Mediterranean Hope?

Siamo convinti che i “Corridoi umanitari” possano essere una buona prassi che può estendersi ad altri paesi europei oltre a Italia, Francia, Belgio e Andorra dove già si realizzano. Al tempo stesso stiamo cercando di capire come proseguire nel sostegno alle ONG che svolgono attività di monitoraggio e soccorso in mare. Alcuni nostri operatori si imbarcano su navi di Proactiva Open Arms e altri collaborano con le associazioni di piloti di piccoli aerei che operano avendo base a Lampedusa. Il problema è che la chiusura dei porti impedisce questa azione umanitaria che invece andrebbe rafforzata e sostenuta anche dal Governo, come per altro è avvenuto sino a qualche mese fa.

Quanto alle sfide, quella principale è restare fedeli a noi stessi, alle nostre convinzioni e alla nostra vocazione in un tempo nel quale prevale chi la spara più grossa e chi opera con fini umanitari rischia la criminalizzazione o la derisione perché fuori dal “senso comune”. Vigilare sui diritti umani, comunicare bene ciò che facciamo e tenere dritta la barra della vocazione al servizio nel nome di Cristo.

Cosa possono fare le chiese e le singole persone di fede per cooperare maggiormente con il programma MH?  

Continuare a fare ciò che stanno facendo: nella preghiera, nel sostegno economico ai vari programmi messi in campo in questi anni, nell’offerta di luoghi di accoglienza, nella diffusione di un’informazione accurata e non faziosa sulla realtà – e non sulle emozioni – delle migrazioni globali. Ma vorrei dire che soprattutto le chiese devono “fare le chiese”, essere luoghi in cui si predica che in Gesù Cristo non c’è né italiano né straniero, né clandestino né dublinato perché tutti siamo creature di Dio, chiamati ad accoglierci e sostenerci gli uni con gli altri.